I Dervisci ricercano attraverso la loro forma di preghiera il passaggio che li conduca dal mondo materiale a quello celestiale. Il rituale prevede una danza rotatoria nella quale la mano sinistra punta verso il basso mentre la mano destra è indirizzata verso l’alto, trasformando il Derviscio nel medium tra la Terra e il cielo. Piroettando vorticosamente su se stessi, spesso in uno stato di trance, raggiungono l’estasi con l’aiuto di una musica ipnotica sotto la guida di un Pir l’uomo raffigurato da Mondino in piedi con il vestito blu. In questa tela il vorticare degli abiti bianchi visti dall’alto, ricreati sulla tela grazie al movimento rotatorio del pennello, appaia l’immagine ad un gesto ieratico ed essenziale. L’artista partecipa all’azione con questo movimento che diviene la sua sintesi, la sua chiusa, e non solo riproduce l’evento ma ci trasmette anche l’emozione dell’esperienza. La leggerezza delle figure e il loro roteare ci accompagna nella liberazione del nostro pensiero. Mondino attraverso le numerose tele dei Dervisci non vuole decifrare le usanze e svilire la sacralità del rito, ma salvaguardare nella messa in scena la sua santificazione. Durante l’inaugurazione della sua personale in una sala dei Giardini alla Biennale di Venezia del 1993, Mondino invitò un gruppo di Dervisci di Konia a danzare al centro dello spazio dando l’impressione che i dervisci dipinti sulle sue tele appese alle pareti, fossero usciti definitivamente dai suoi quadri per creare una performance indimenticabile.