In realtà Luigi Pirandello aveva detto “scrivo e studio per distrarmi da me stesso”.
Aldo Mondino, raffinato e maniacale collezionista di autografi da cui pescava citazioni e con cui aveva riempito la stanza da pranzo nella casa del Monferrato, aveva infiltrato la parola “dipingo”.
i doppi sensi, i significati ambigui e i calembour erano il suo pane quotidiano, perché di contraddizioni si nutriva. La danza dei demoni dell’arte intrecciati con i fantasmi della vita agita di più chi come lui viveva in un costante stato di doppia adolescenza come doppi erano i sensi dei suoi quadri. Così i turbamenti e gli eccessi derivanti non sono accadimenti episodici, ma nella psiche del portatore generano anticorpi salvifici.
Aldo Mondino, che di demoni dell’arte e della vita si intendeva, aveva infatti rivissuto in età matura una prorompenza adolescenziale con un ottimismo programmato per essere fuori controllo. Non gli riusciva spesso di contenere la vita entro confini praticabili e sostenibili; ciò però gli ha permesso di alleviare i dolori dell’arte in una fase in cui la tirannia del Concettuale, Minimalismo, Arte Povera e quant’altro, non lasciava ai pittori molte speranze. Così un pittore non particolarmente in armonia con il suo tempo poteva reggere la pena dell’isolamento e del lavoro in una nicchia assai stretta.
in quegli anni dipingeva provocatoriamente su linoleum (il peggior supporto per la pittura ad olio), schizzando i tubetti dei colori in lunghi filamenti direttamente sulla superficie; questo consentiva a uno, nel cui atelier non esisteva una tavolozza, di dar tempo ai suoi pennelli di “riflettere” un po’ prima di fare il proprio lavoro. Allora in amichevole polemica con Michelangelo Pistoletto, circa la sfacciataggine degli specchi, aveva parafrasato Jean Cocteau, (di cui possedeva vari autografi) per il folgorante adagio: “gli specchi dovrebbero pensare un po’ prima di riflettere”.
Non è stato per niente semplice dipingere per anni rabbini, cappellai cassidici, acrobati nordafricani, danzatori con le giare in testa, dervisci nel vortice dell’estasi mistica, Moros Y Cristianos spagnoli, nel tempo di Marcuse e Lacan, e con i ritmi scanditi dalle passeggiate con l’alcool. Tornato a Torino dal primo soggiorno parigino nel 1962, in epoca pre-pop (l’ondata americana si sarebbe abbattuta sulle coste europee a partire dal 1963) e in contrasto con un padre industriale che, deluso per il suo tradimento, lo avrebbe contrastato per 25 anni, era alla ricerca di nuovi alleati. Le antenne italiane che avevano captato il cambiamento stavano sulla testa, innanzi tutto, di Ettore Sottsass (con un tempestivo articolo su Domus del 1962) e Michelangelo Pistoletto già̀ allora in sintonia con le nuove esigenze di uno sguardo insistito verso l’esterno, dopo decenni di tormentati e tormentosi sguardi all’interno (cuore e viscere). Si trattava di posizioni esistenziali e linguistiche tese a ridimensionare i confini prima geometrici e poi informali dell’arte dominante.
Solo Fontana, Burri e Manzoni, tenevano ferma la bussola con una estetica forte, inedita e quindi rivoluzionaria: sarebbero sopravvissuti ad anni di scosse e contro scosse.
L’ambiente che Mondino aveva invece frequentato a Parigi era quello Post-surrealista, e New-dada (lì si sarebbe manifestata tutta ad un tratto l’epopea di Yves Klein, Arman e Tinguely), dove teneva banco Jean-Jacques Lebel, artista iconoclasta vicino al Living Theatre e Gilles Deleuze; non troppo in armonia con l’estremismo di Pierre Restany, impegnato a codificare il Nouveau Réalisme come una difesa ad oltranza contro gli americani. C’era anche Robert Lebel (padre di Jean-Jacques), “consigliere” di Breton e primo esegeta di Marcel Duchamp parimenti al suo omologo italiano Arturo Schwarz, l’umorale studioso/mercante del Surrealismo tutto.
Questo per far capire che “ambientino” frequentava il giovane ebreo torinese distaccato a Parigi. A tal proposito va detto che Aldo non era mai entrato in una sinagoga, anche se dalla metà degli anni’80 avrebbe popolato i suoi quadri di rabbini e intellettuali ebrei.
La prima mostra da ricordare in tal senso è quella a Roma del 1988 (galleria due C). Nel 1990 all’esposizione a New York (Sperone westwater gallery) con sculture di cioccolato e un tappeto di caffè con chicchi di diversa tostatura e varie nuances di colore, quadri con zollette di zucchero, tanti quadri di rabbini e sultani ottomani, erano comparsi Julian Schnabel e woody Allen (quest’ultimo sicuramente per caso). il tappeto fu pestato da un visitatore distratto il giorno dell’inaugurazione (per fortuna la Lavazza aveva fornito scorte di chicchi di caffè). Julian Schnabel invece gli era amico, e gli avrebbe dedicato un grande quadro dipinto nel giorno della sua morte. un dipinto fu acquistato da Barbara Guggenheim forse per Silvester Stallone.
un quadro raffigurante un ittiodromo con pesci sanguinolenti in una gara improbabile di velocità (ed eseguito a finto mosaico), destò grande curiosità e toccò ad un collezionista californiano.
in quella occasione dipinse a Brooklyn un autoritratto con il rabbino di williamsburg e un corvo a terra.
A williamsburg si era recato per cercare di conoscere il rabbino della comunità, che aveva fama di essere un sant’uomo e piuttosto indigente.
il pittore che si dilettava di paradossi dipingendo dei rebus ironici coltivava la sua indipendenza (di dandy) sguazzando nel brodo infinito dei doppi sensi. “Scultura, un corno!” eseguita prima in cioccolato e poi in maiolica, era una sovrapposizione di elefantini come quelli di finto avorio che offrivano i vu – cumpra. il ritratto di Lord Byron recava una imponente fascia-cornice di vere penne Biro.
il calembour era un amo per attirare la nostra attenzione e siccome l’eccesso fa parte del bagaglio dei provocatori intellettuali, ne faceva un largo uso.
A Torino nel 1963, aveva fatto amicizia con il maestro “dell’elusione”, Giulio Paolini la cui arte raffreddata a puntino era comunque quanto di più lontano dal punto di vista linguistico. Si accompagnava invece con Michelangelo Pistoletto, il padre della pittura anti-espressionista e fotografica di cui ammirava la geniale intuizione: superfici non pittoriche ma specchianti.
il suo primo esito significativo fu la serie di “tavole anatomiche” del 1962/1963 dipinte con linguaggio inespressivo e cartellonistico: una novità per i tempi e che lo accumunava in qualche modo alla Pop-romana. Al premio di pittura Michetti del 1963 a Francavilla a Mare, aveva esposto un grande pannello simile a quelli che si vedevano all’autoscuola, per regolare le precedenze agli incroci. il quadro non era piaciuto al politico-pittore Amintore Fanfani, tra i patrocinatori della mostra, che lo trovava inconsistente. Era toccato a me l’ingrato compito di spiegare (goffamente) le ragioni del quadro ad un signore per niente sprovveduto e con la battuta pronta e insidiosa degli aretini.
Aldo Mondino non riusciva ad appassionarsi alle discussioni teoriche e lasciava ai critici il compito di dirimere questioni non dirimibili.
La sua pratica quotidiana della pittura non gradiva interferenze e nonostante generose iniezioni di alcool non perdeva la naturalezza del gesto e la lucidità di visione. Aveva conosciuto a Roma negli anni ’70 un brillante logico-matematico napoletano, Leo Aloisio, che gratificava delle sue attenzioni noi tutti, artisti e galleristi.
Ad Aldo faceva notare che se si fosse potuto tradurre in equazioni i momenti tipo della conversazione, avremmo scoperto che contro un 10% di scambio d’informazioni stava un 90% di convenevoli e convenzioni: così nella pittura e nell’arte in generale. Aldo non poteva essere più d’accordo.
A 15 anni dalla sua scomparsa prematura viene da chiedersi quanto una certa dose di dandysmo inerente alla tardiva riscoperta delle sue origini ebraiche e quanto di tormentosa ossessione sul futuro della pittura resta sotto traccia nella sua arte.
Dopo la profezia di Matisse: “la pittura da cavalletto è finita” è cominciato un dibattito, ancora non concluso. Certo è che siamo di fronte ad un artista pittore – scultore di grande indipendenza linguistica e non solo. Alla fine degli anni sessanta quanto dilagavano le marce degli studenti in blu jeans e cappotti connotati tra guerriglia e protesta urbana, Mondino pur cronicamente a corto di mezzi, non aveva smesso di indossare giacche di taglio impeccabile e scarpe d’autore. Chi ha la forza di ignorare le tendenze di ogni sorta, alla fine, se ha talento (e lui ne aveva da vendere) diventa lui stesso tendenza. Cambiare le regole, e andare contro la storia presume una tempra fuori dal normale.